( di Ofelia Colaci)
Una ventata di aria fresca, ed ecco la risposta a chi afferma che l’innovazione è l’ultima cosa di cui si tiene conto considerando l’attuale panorama musicale, ed è la sub pop da sempre portavoce di generazioni musicali a firmare l’omonimo album di debutto degli Avi Buffalo, rilasciato il 27 aprile 2010, band formata dal diciannovenne Avidor Zahner Isenberg (voce e chitarra) ideatore dei testi, che adotta come nome d’arte proprio Avi, da Sheridan Riley (batteria), Arin Fazio (basso) e Rebecca Coleman (tastiere e voce), ed è in particolare la loro giovane età a destare attenzione e caratterizzare i brani di florida espressività.
Il brano “Truth Sets In” apre l’album introducendo da subito toni quasi malinconici, languidi, che sono il nesso conduttore dell’intero lavoro, trutte le tracce sono perfettamente combinate una dopo l’altra lasciando credere a chi ascolta di essersi tuffato nella più totale disinvoltura giovanile nonostante la ricerca di nuovi suoni, nuove sperimentazioni e accostamenti sia costante e presupponga una grande maturità musicale, che viene poi trasposta in note oltre ogni singola aspettativa in brani quali “What’s in it for” , traccia di difficile ascolto in alcuni momenti, la voce si fa quasi irritante e dissonante dal resto ma resta impossibile non essere trascinati dal ritmo insolito, o ancora ” Remember last time” brano più melodico e strumentalmente più complesso in cui la psichedelia da sfoggio in quella che sembra l’interminabile parte finale. La loro provenienza californiana è la chiave di lettura di “Coaxed”, “One Last” o “Summer Cum” (titolo che si pone esemplificativo), brani con ritmi molto lenti ed allo stesso tempo portavoce di una spensieratezza che non si lascia turbare da nulla, “Five Little Sluts” è il brano più acerbo in cui la voce sembra non coordinarsi a quel che la avvolge. La tracklist continua con una ballata sessantina “Jessica” in cui il romanticismo prende il sopravvento e si affianca alla malinconia scandendo bene la lentezza del brano e si conclude con “Can’t I Know” e “Where’s Your Dirty Mind” caratterizzati da un particolare torpore e da una flemma quasi costretta, cantata con il sorriso di chi nel fare musica ne trae divertimento e, nonstante le melodie possano sembrare immature e banali è incredibile il livello comunicativo che tutti i brani possiedono. Un album che va ascoltato e che si fa padrone della voglia di innovare, maturare e portare qualcosa di proprio nel panorama musicale ormai troppo variegato, per alcuni versi un insieme ben coniugato di nuovo e vecchio e la possibilità per questa band talentuosa di maturare e creare qualcosa di ancora più completo.


